venerdì 13 ottobre 2017

La perfezione della neve

Sono molti, tantissimi quelli che parlano di poesia (a cominciare dai poeti stessi) ma sono pochi, molto pochi quelli che si soffermano sulla creazione letteraria; molti cioè quelli che si concentrano sul modo di fare poesia e sulla...vita dei poeti ma pochi quelli interessati alla produzione del testo quale solidificazione di un linguaggio e al perché dell’esperienza poetica in sé.
Per comprendere la situazione in cui si trovano questi pochi- che è probabilmente anche la ragione per la quale si è in così pochi- vorrei ricorrere ad una storiella mutuata da David Foster Wallace [1]:

<< Ci sono due fiocchi di neve che scendono giù dal cielo, a un certo punto, giunti in prossimità del suolo, uno fa all’altro: “Ehi, ma cos’è tutta quella roba bianca laggiù? Chiediamo un po’ a quell’albero lì!” Alla domanda, l’abete, canzonandoli, risponde:” Ma...sciocchi che non siete altro, come fate a non saperlo! È neve, che altro?”. I due fiocchi continuano la discesa poi uno guarda l’altro e fa: “Ma, che cavolo è la neve?”>>.

Parlare dell’esperienza poetica ci trova nella stessa situazione dei fiocchi, ignari di quello che c’è in fondo alla...pagina e approssimativamente informati (coscientemente o inconsciamente) su quello che c’era prima dell’attuale stato di fiocchi. Ma qui non si tratterà di “parlare”, perchè l’esperienza poetica è, prima di ogni speculazione, di ogni ragionamento, d’ogni spiegazione: è qualcosa che accade tra la contemplazione e la descrizione, tra l’ascolto e la scrittura.
Cosicché se a un punto estremo del polo (l’Ascolto) ci sono suoni, gesti, sogni, estasi e silenzi mistici, dall’altro (la Scrittura) ecco abbondare le forme solide di tutto questo. Portando alle estreme conseguenze il parallelismo: da una parte c’è il vapor acqueo cioè qualcosa di impalpabile come l’intuizione o l’ispirazione; e dall’altra il ghiaccio, la forma solida del linguaggio, la scrittura (poetica).

Ci viene quindi utile (e in soccorso) l’idea di Rolland de Renéville [2] di seguire una certa strada per comprendere la realtà dell’Esperienza Poetica e, con essa, pervenire ad una migliore coscienza di sé e della propria collocazione nel mondo: trasformarsi in un fiocco che acquista consapevolezza d’essere anche acqua e neve.

La strada è quella di equiparare la poesia alla mistica.

Il misticismo (la poesia?) insegna che tutto nell’universo fisico ha una sua controparte spirituale (l’acuta presenza di quello che non vediamo, tocchiamo, ascoltiamo). La neve in questo senso ha controparti spirituali molto marcate ed evidenti: il candore, la forza leggera, il silenzio.
I meteorologi rappresentano la neve come il risultato di un campo di pressioni e dei livelli di precipitazione; i fisici ne descrivono nel dettaglio i cristalli che ne compongono i fiocchi e i processi di nucleazione e crescita che ne hanno determinato formazione e morfologie.
Il mistico (il poeta?) avverte l’energia che la neve manifesta e le sfaccettature della nostra psiche che essa illumina, la parte di un tutto unitario e ciclico.
L’acqua, in ogni sua forma, è stata sempre simbolo della conoscenza: la pioggia che scende rappresenta la trasmissione di conoscenza da un luogo alto a un luogo più basso. Il ghiaccio è una trasmissione di informazione solidificata. La neve rappresenta questo stato intermedio tra l’acqua che scorre e il ghiaccio solido. Per apprezzare le implicazioni spirituali della neve occorre richiamare alcune sue caratteristiche (evidentemente sotto gli occhi di tutti!).
Quanti fiocchi servono per fare la neve? Quante totalità?

Innanzitutto un fiocco, per formarsi, necessita, oltre che ovviamente di aria fredda, di altre due componenti fondamentali: goccioline d’acqua (vapore) e un nucleo, un embrione. Un intuizione.
(Tutto, anche la conoscenza , come ci ricorda Kant, inizia per intuizioni, procede per concetti e culmina in idee).
Questo nucleo può essere una particella microscopica di polvere sospesa nell’aria. Perciò la neve è la sintesi ideale tra aria, acqua e terra. Centinaia e centinaia cristalli di ghiaccio formano i fiocchi che pur essendo entità separate si aggrappano l’uno all’altro per formare una cosa sola. La neve. Ecco in cosa consiste la sua perfezione.

Quale è il simbolismo di tutto questo nel flusso di co(no) sc(i|e)nza?
Quando un messaggio deve fluire dall’inconscio allo stato cosciente o più ”semplicemente” da un maestro ad un discepolo ( o se lo credete: dal poeta che scrive a chi legge!) non sempre questo avverrà in un modo fluido, acquoso; anzi, a volte conviene proprio che questo flusso avvenga in modo lento e graduale magari isolando o ricorrendo ad un PUNTO (un nucleo) fermo da utilizzare come embrione in grado di sostenere una crescita (metafore, aneddoti, storie, analogie sono questi i punti).
Questo è il Principio della psicoanalisi indipendentemente dalle sue differenti manifestazioni operative (approccio freudiano, junghiano o lacaniano).
Se la trasmissione del messaggio, la presa di coscienza, viene effettuata con modi rigidi, freddi o troppo sbrigativi, cioè con una pioggia incessante e torrenziale, qualunque tipo di terreno verrà solo sommerso ed ogni seme spento.
Ovviamente per Freud la neve è legata alla sfera sessuale-narcisistica e indica l’incapacità di provare piacere per via di istinti repressi. Per Jung la neve nei sogni rappresenta l’isolamento del sognatore molto spesso introverso che non ha abbastanza energia vitale per affrontare la vita.
Anche Lacan attribuisce alla neve una valenza narcisistica anche se, a differenza di Freud, lui individua due stadi di narcisismo: quello che fa riferimento alla propria immagine fisica e alla unità del soggetto che ne deriva (mi piaccio o no?) e quello associato al rapporto di riflesso con l’altro: quando l’immagine speculare appare, si stabilisce un canale di trasferimento della libido del corpo nell’oggetto e tale trasferimento risulterà impossibile a chi ha una percezione fallimentare del proprio corpo!

Dopo questa (per molti, immagino, inconcludente) premessa torniamo all’idea di de Renéville: la poesia presentata come una immagine , un’analogia della mistica o se preferite della psiche (Lacan stesso diceva che l’inconscio è strutturato come un linguaggio!).
Per farlo prendiamo la famosa poesia di Andrea Zanzotto, La perfezione della neve [3] e applichiamo ad essa il metodo di de Renéville.


Quante perfezioni, quante (1)
quante totalità. Pungendo aggiunge.
E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri
assideramento, attraverso sidera e coelos
assideramenti assimilazioni –
nel perfezionato procederei
più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,
ricercherei procedimenti
risaltando, evitando
dubbiose tenebrose; saprei direi. (10)
Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale
come vale: a valle del mattino a valle
a monte della luce plurifonte.
Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento radiale
ahi il primo brivido del salire, del capire,
partono in ordine, sfidano: ecco tutto.
E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto
di quest’inverno, allenate, alleate,
sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati
del mai-mai-non-lasciai-andare, (20)
e la stella che brucia nel suo riccio
e la castagna tratta dal ghiaccio
e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib. libertà nel laccio
nell’abbraccio mi sta: ci sta,
ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.
Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)
quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,
sulla soglia si fa (accarezzare?).
Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori
e i rassicurati lavori degli ori. (30)
Pronto. A chi parlo? Riallacciare.
E sono pronto, in fase d’immortale,
per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.
Pronto.
Alla, della perfetta.
«È tutto, potete andare.»

Qui, (lo capiamo subito), non stiamo parlando di poesia come lusso o come distrazione ma di poesia come strumento della conoscenza (comprensione di sé e del mondo e del posto che in esso l’io ha): in un sol colpo acqua, fiocco e neve!
La parte iniziale della poesia contiene i dati più sensibili, quelli spettacolari per i quali è richiesta una forte affermazione dell’io grammaticale per meglio definire l’impatto tra l’io e l’oggetto dell’esperienza: l’atteggiamento che secondo Lacan definisce l’immagine fisica e delinea l’unità del soggetto.
Ma a dispetto di questa forte presa di posizione, l’io sembra oscillare da una posizione ricettiva alle caratteristiche dell’oggetto prima sospendendo la predicazione attraverso lunghi elenchi di sostantivi e proposizioni esclamative senza verbo (astrazioni astrificazioni formulazione d’astri assideramento, attraverso sidera e coelos assideramenti assimilazioni...) e successivamente proiettandosi nell’azione con una litania di verbi senza complemento (pungendo, aggiunge, saprei, direi...).
La conoscenza sembrerebbe dunque un’attività sperimentale, anche quella dell’io passa attraverso quella della... neve partendo da alcune osservazioni analitiche, logiche.
quante totalità: abbinare la quantità all’Uno è come pretendere, nella nostra storiella iniziale, che il fiocco capisca la neve. É solo alla fine del ciclo che l’acqua saprà d’essere goccia, fiocco, neve, ghiaccio e, nella ring –composition (Pronto. A chi parlo?), ricominciare daccapo.
La neve dunque come la psiche è un oggetto che è in sé una cosa, ma si compone di una pluralità di elementi (fiocchi, cristalli) ciascuno dei quali è in se una delle immagini della perfezione. Lo sguardo verso la neve si fa metafora di un percorso verso la conoscenza ma allo stesso tempo produce una oscillazione tra due poli opposti ma complementari: quello della contemplazione e quello della descrizione [vv. 1-10].

Nei versi successivi al decimo, quella disposizione del soggetto all’attività scientifica viene contenuta ( soffolcere; Dante la usava per descrivere l'azione del soffermarsi; Ariosto e Carducci lo usavano per descrivere il sostenere e il sollevare; infine, giornalisticamente e tecnicamente, viene usata come sinonimo di affiorante o sommerso) dalla presenza e dal movimento di elementi circostanti. Il poeta si lascia abbracciare; si lascia sostenere.
La conoscenza, scientifica nella prima parte, subisce una metamorfosi diventando identità del soggetto e dell’oggetto. La situazione enunciativa dei primi versi sembra rimodellarsi : il tema è sempre la celebrazione della neve ma al pronome, al linguaggio e baricentro della prima persona, subentra la prima persona plurale (ci soffolce). Questo riposizionamento rappresentativo (da io a noi, da io a tu) si accompagna all’immersione del soggetto in un paesaggio, in un ambiente che sempre più si profila come un soffice abbraccio, come una spinta erotica di una libido: c'è una immersione che è anche comunione fra soggetto, il tu e il paesaggio: il fiocco è attratto, si unisce alla, diventa neve!
La vera conoscenza è quella dell’assoluto: contraddizione in termini ma meravigliosamente rappresentata dal fiocco che per essere ab-solutus (libero da qualsiasi vincolo) si aggrappa agli altri fiocchi e poi si scioglie in-con essi![vv.11-25]

Nei versi successivi assistiamo all’epifania dell’Esperienza Poetica: il Poeta tematizza l'atto che ha condotto alla composizione del testo che stiamo leggendo e pare suggerire che: è vero, al suo apice l’uomo che scrive una poesia in piena libertà e in piena coscienza del perché e del come della sua opera, (acqua-fiocco-neve), crea un mondo ma il meccanismo di produzione della sua opera può essere ignorato dal poeta.
Da qui discende un uso metaforico del linguaggio (quello della comunicazione telefonica che viene interrotta): non pronto, chi parla? ma pronto, a chi parlo? E ancora da qui si apre la problematizzazione dello statuto della poesia: "a chi parlo, a chi parla il linguaggio che parla in me?"; sembra chieder(s|c)i il poeta [vv.25-36].
Socrate lo aveva anticipato chiamandolo, il poeta, un ispirato, uno strumento degli dei, uno sciamano.

Zanzotto in una sua intervista così definisce il poeta :

"...un personaggio bislacco, poco attendibile. Il suo stesso linguaggio fa parte della retorica e in quanto verità può essere dannosa. Oggi più che mai, tutti i poeti della mia generazione hanno dovuto fare i conti con la Filosofia, come ho già detto, i filosofi stessi si rivolgono ai poeti con deferenza. Ma nella poesia non basta l’emozione, condizione necessaria, c’è bisogno della passione pura. Il pericolo che vedo oggi è quello che ci si sieda in una specie di simulacro, finto, come fosse vero, senza la scossa della passione totale. Dopo l’incanto è venuto il disincanto, ma l’incanto tende sempre a riprodursi. Se la poesia conserverà un rapporto con l’incanto, potremo resistere alle strutture dell’Io. Incanto e canto, del resto, sono la stessa cosa; noi stessi diciamo di non avere più miti, ma vediamo una proliferazione di miti. C’è confusione di lingue, teorie e cosmologie; gli stessi poeti, nei loro scritti di poetica, tendono a gettare il velo su quella che è la loro poetica reale..."

E allora ecco la strada di de Renéville sulla quale incontriamo il nostro Zanzotto. Ci sono due tipi di poesia: una retta dall’attenzione e dalla piena coscienza (diremo una poesia intellettuale); l’altra retta dalla passione, dal delirio, dal sogno (una poesia inconscia). Entrambi però attengono alla conoscenza e poiché oggi più che mai, con le nuove scoperte della neurobiologia (vedi Edelman, Damasio, etc...), si fanno sempre più labili i confini tra meccanismi intellettuali e quelli fisiologici ed emozionali, il poeta in ogni caso sarà schiavo incosciente oppure il signore di quest(o|i) process(o|i) di conoscenza.
Queste due famiglie di poeti, anche se su strade diverse, raggiungono però la stessa realtà: l’unità , o come dice de Renéville, la risoluzione di ogni molteplicità. Ci sarebbero quindi poeti che fanno questo spingendo la loro attenzione fino ad illuminare l’intero cerchio della vita psichica e altri prevalentemente intenti a sopprimere un ipotetico centro di coscienza.
Evidentemente le due famiglie si sovrappongono perfettamente se questo sedicente io cosciente si riduce ad una illusione (rappresentazione , maya) che muta senza sosta.

Alla fine quindi è solo l’espressione verbale che potrà distinguere una famiglia dall’altra.
Il poeta di una famiglia parla di ciò che conosce (o che ritiene di conoscere) facendo rivivere nelle “immagini” quello che per lui è la realtà massima: cose, idee, tratti della natura umana e gli sforzi per conoscere tutto questo. Il poeta dell’altra famiglia invece ci mostra la sua battaglia contro le illusioni, lasciando parlare le sue passioni, le manie i suoi sensi per tenerli a freno o per rinchiuderli nella gabbia di una parola misurata.
Qui Zanzotto opera la sintesi di questi due percorsi che, potremmo quindi eleggere a definizione di Esperienza Poetica: poesia liberata da ogni necessità estranea al proprio fine che è un insieme di Conoscenza (acqua)-Libertà (fiocco)-Unità (neve).

E quando Zanzotto ci accompagna lungo questa strada lo fa come qualcuno che, da bambini, ci portava fuori dopo una copiosa nevicata per rinnovare l’incanto:

da semplici fiocchi, non avremmo potuto vivere completamente la nostra libertà, non avremmo potuto conoscere la Perfezione della neve.

Riferimenti
[1] – D. F. Wallace, Questa è l’acqua, Einaudi (2010)
[2] – L’esperienza poetica in R. Daumal , Poesia nera e poesia bianca, Castelvecchi (2014)
[3] – A. Zanzotto, La beltà, Mondadori (1968)

domenica 25 giugno 2017

Caproni! Chi era costui?

No! Il Post non risponderà a questa domanda, perché l’analisi di una poesia non presuppone la conoscenza dell’autore (che potrebbe essere sufficientemente soddisfatta da una breve nota biografica).
Quello che sto per scrivere contiene implicitamente una difesa d’ufficio del Ministero ( e del Ministro) dell’Istruzione sulla scelta dell'argomento per l’esame di stato di quest'anno e in modo più esplicito alcune note sulla poesia di Caproni.

Come si sa – è notizia ancora rintracciabile su twitter - una delle tracce proposte agli studenti per la prima prova d’esame è stata:

Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici, in Res amissa.

Tratto da L’opera in versi, a cura di Luca Zuliani, Mondadori - I Meridiani, Milano 1998

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.


Ecco cosa si chiedeva agli studenti:

1. Comprensione del testo
Dopo una prima lettura, riassumi il contenuto informativo della lirica.
2. Analisi del testo
2.1. Il componimento fa parte di una raccolta di versi dal titolo latino Res amissa (“Cosa perduta”). In che modo il contenuto della poesia proposta può essere collegato con il titolo della raccolta?
2.2. La poesia è composta da un’unica strofa, ma può essere idealmente divisa in due parti. Quali? Qual è la funzione di ciascuna delle due parti?
2.3. Individua nella lirica i verbi che rappresentano le azioni dell’uomo nei confronti della natura, che il poeta vuole contrastare. Quale atteggiamento e quale considerazione della natura da parte dell’uomo emergono da queste azioni?
2.4. Il poeta fa riferimento a una motivazione che spinge l’uomo ad agire contro la natura: quale?
2.5. Dalla lirica emerge un atteggiamento critico del poeta verso la società moderna, che spesso premia chi compie delle azioni irrispettose verso la natura. In quali versi, in particolare, è evidente questa critica?
2.6. L’uomo ha bisogno della natura per sopravvivere, ma la natura non ha bisogno dell’uomo: individua nella lirica i punti in cui emerge questa convinzione.
2.7. Nell’ultima parte della poesia, come viene definito il mondo deturpato dall’uomo? Qual è il sentimento di “chi resta”?
2.8. Soffermati sulle scelte stilistiche dell’autore. I versi sono tutti della stessa misura? Riconosci qualche enjambement? Segnala le vere e proprie rime e le assonanze o consonanze.
3. Interpretazione complessiva e approfondimenti
Al centro della lirica vi è il tema del rapporto fra uomo e natura. Sulla base dell’analisi condotta, proponi un’interpretazione complessiva della poesia, facendo riferimento anche ad altri testi letterari in cui è presente questo tema. Puoi arricchire l’interpretazione della poesia con tue considerazioni personali.


Ho riportato interamente le richieste della traccia anche per riassaporare le atmosfere dei nostri passati e in alcuni casi dimenticati esami di stato ma l'ho fatto soprattutto per sottolineare come sia facile dimenticare le cose più importanti della vita, quelle per intenderci che fanno vivere: gli esami di stato tanto quanto la Terra che ci sostiene tutti.

Chi conosce questo blog sa già che mi ripeterò ma questa è proprio la natura della poesia e del poeta: la poesia non è quello che Joyce diceva della vita (La vita è come un'eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii ).
Il poeta (la poesia) invece fa proprio questo: manda sempre e soltanto lo stesso segnale come fa un radar o un sonar: dall’eco di ritorno sarà possibile comprende come sia cambiato il profilo del paesaggio circostante, la profondità dei fondali.
E la ripetizione “questa volta” ,e per quanto mi riguarda, è la seguente: il poeta come un uccello si (ri)conosce dal canto ; la sua biografia per certi versi è identica a quella di altri poeti. La cosa veramente importante è il canto che emette e dunque, il segnale e l’eco di risposta.
Caproni nella sua poesia ha sempre privilegiato i valori fonici e formali che consentono alla parola di assumere moltissimi significati che egli stesso definì armonici. La rima pertanto assume questo ulteriore compito di risonanza, quasi realmente si trattasse dell’eco della parola emessa che non ne restituisce il significato originale ma lo distorce e trasforma. E così accade per le assonanze e le consonanze (vento, lamento, canto, lamentino, pino; cavaliere, lavoro, amore, muore; foresta, resta guasto, vasto, scomparso).

Tutto questo però non finisce per trasformarsi in un freddo estetismo (classicheggiante) perché il ritmo cadenzato, sempre molto rarefatto della melodia, viene trasfigurato da una precisa ricerca metrica.
L'ottonario è stato definito "il verso più appiccicoso della lingua italiana", perché la sua accentazione rimane molto impressa e risulta sempre cantilenante. Infatti è molto usato nelle filastrocche e nelle barre rap.
È stato largamente utilizzato anche nei libretti d'opera, soprattutto per i momenti cantabili del MELODRAMMA dell'Ottocento (ad esempio Casta Diva, che inargenti della Norma).
E qui si rappresenta un vero melodramma: a dispetto del suo lavoro artigianale, attento e amorevole nell’armonizzare versi , nella tornitura preziosa di tutta la strofa e nella raccolta di risonanze risentite e aggrondate, il poeta percepisce dalla Sua Eco una tremenda verità apocalittica: la terra può tornare bella solo con la scomparsa dell’uomo.

C’è però un’altra precisazione da fare nel caso di Caproni e del suo sonar o radar che dir si voglia. Come dice perfettamente Agamben, che ha curato e prefato l’edizione di Res amissa, esistono due tipiche figure di poeti: da una parte quella del poeta romantico per il quale la vita stessa deve trasformarsi senza soluzione di continuità in poesia; dall’altra quella per così dire del profeta del “classicismo olimpico e del laicismo” per il quale arte e vita sono separate in ogni punto tanto che la poesia si riduce inevitabilmente ad una tecnica o a un mero esercizio di stile.
Entrambe queste posizioni secondo Agamben sviliscono tanto la vita quanto la poesia: la prima perché sacrifica la poesia alla vita, la seconda perché sancisce l’impotenza delle poesia rispetto alla vita.
C’è però una terza via quella di una poesia che fa l’esperienza di una indissolubile unità tra vissuto e poetato, una parola cioè che si mescola al mondo. Questa è la poesia che non crea ma inventa. La poesia di Caproni è di questo tipo e se rileggiamo il testo da cui prende lo spunto la traccia d’esame lo capiamo. Lo sentiamo. Lo vediamo.

Che cosa è, prima di tutto, un’invenzione?

Alpha, come abbiamo già detto in un precedente Post, fu la prima delle lettere dell’alfabeto poiché alphe significa Onore e alphainein significa Inventare. Se una lettera da sola è una invenzione figurarsi parole che non hanno mai visto la luce sulle pagine (galagone, lamantino).Parole che da sole inventano per tutti noi un pianeta vivente: il galagone è una scimmia africana, il lamantino un mammifero marino.

Ricordiamo inoltre che una INVENZIONE introduce qualcosa che non esisterebbe senza l’attività creativa dell’ingegno umano (ma diciamo pure, animale). Una buona invenzione serve prevalentemente a risolvere in modo nuovo ed originale un problema (tecnico) o a migliorare un processo. Qui il “problema” era trasferire nei suoni e nei segni una profezia, una catastrofe che il poeta già anticipava grazie ai suoi strumenti di bordo. L'invenzione è cosa diversa dalla scoperta che è invece legata solo al passato e al presente.
Una invenzione cioè racchiude in sé una... proiezione futura e questa poesia di Caproni la rappresenta bene.
Innanzitutto il tema, quello ecologico, in un periodo (la poesia è del 1972) nel quale tali questioni cominciavano ad occupare le scene del dibattito politico, in modo ancora residuale e marginale: nel pieno della illusione da civiltà delle macchine dove benessere e felicità sembravano alla portata di tutti e invece già si potevano scorgere i semi di una ridistribuzione di costi e benefici sbilanciata sempre a favore di pochi (i benefici) e a sfavore di molti ( i costi) e quegli altri semi relativi delle aggressioni/depredazioni sulla natura, sull’ambiente, sul mondo e sulla stessa natura umana (non più l’economia a servizio della tecnica ma viceversa la tecnica che cominciava a servire l’economia) con i suoi sedicenti cavalieri del lavoro senza scrupoli.

Caproni mischia così in questa poesia, parole e mondo, passato presente e futuro per descrivere l’azione dell’uomo sulla natura; un'azione che l’uomo compie e dimentica di aver compiuto proprio per continuare a compierla. Da qui l'inevitabile epilogo: la terra potrebbe tornare a essere bella, come era in principio, solo se l’uomo scomparisse.

Oggi a Ferrara si percepiscono 49 °C. Dicono che gli esseri umani possono arrivare a sopportare i 46°C.

Caproni! Chi era costui?
Un radarista. Solo un radarista.

giovedì 15 giugno 2017

Francesco Benozzo alla Biblioteca Ariostea

Tutti, a parole, possiamo scrivere una poesia. Letteralmente.
Ma pochi, pochissimi scrivono Poesia a parole, suoni, immagini, visioni e presagi, cioè componendo in modo certosino tutti questi elementi.
Perché la Poesia, nel suo più alto e sofisticato fiorire, è faccenda di voli e versi di uccelli, di fruscio di foglie e tamburi nei boschi sacri e ancora prima che i boschi diventassero sacri e gli uccelli alfabeti, la Poesia è stata faccenda di terremoti, glaciazioni, di ferite e guarigioni geologiche, di forestazioni e desertificazioni, di maree tempeste e quindi di naufragi e isole deserte. Questa poesia ha bisogno di ...passo e compasso di raggio e di circonferenza, del loro rapporto irrazionale per restituire il senso di una Vita unitaria; questa poesia ha bisogno di un centro da dove partire, di punti cardinali dove fare rotta per abilitare o riabilitare il mondo alla Vita.
È una Poesia, come è facile comprendere, che non riguarda le parole da infilare sulla pagina ma gli elementi primari dell’esistenza e dei nomi che diamo a ciò che, per questo stesso atto -quello di nominare- creiamo.

Come dice Chiara De Luca : << Ascoltare Francesco Benozzo eseguire Onirico geologico accompagnato dalla sua arpa è immaginare come è nata la poesia ancor prima che esistessero i poeti>>.
(http://edizionikolibris.net/index.php/2017/06/12/francesco-benozzo-alla-biblioteca-ariostea-di-ferrara/)

E da lettori, da ascoltatori, noi ci rendiamo conto di questo perché c’è una poesia che Si legge nel mondo in cui siamo e nel modo in cui ci trova (sia nel mezzo di un naufragio o al riparo delle nostre capanne) e una poesia che Ci chiama dalle origini e che ci trasforma: magari ci chiama con una sola parola ma, per ognuno di noi, la Poesia che chiama, ha parole che nominano e formule magiche che operano magie.

Gli enormi cetacei glaciali agonizzanti...
Gridano versi che all’aria non si sentono...
I loro profili si aprono alle costellazioni...
È l’Appennino a Smerillo, prima di Marzo

La parola che mi ha chiamato è stata Smerillo.

Nella Poesia che chiama siamo come in mezzo a 4 cantoni e di tanto in tanto possiamo occupare uno degli angoli, uno solo alla volta.
Ma è nello stare in mezzo che la poesia ci gioca e ci diverte perché diventa tutt’uno con il nostro giocare e con il nostro divertimento, dall’inizio alla fine del gioco.
I quattro cantoni, i nostri punti cardinali, in rigoroso ordine alfabetico sono:

Ascolto, Canto, Lettura e Scrittura.

Smerillo è il luogo dove Benozzo ha fatto il suo sogno geologico; lui stesso nelle note al poema scrive: << ...per comporlo ho trascorso giorni e notti abbarbicato alle pietraie dell’Appennino, sdraiato tra le felci, a contatto con pietre e rami. Si tratta di versi composti oralmente...>>.
E poco prima ci parla di questo Ascolto del paesaggio dove la parola poetica retrocede verso <<...una centralità perduta, disponendosi con docilità rispetto ad un asse governato da un ciclo di rinascita senza apparente morte.[...]...Il sogno appartiene a questa rinascita incessante e i suoi riti ne rinnovano l’arborescenza: esso è il nostro destino di orfani perenni, la nostra connessione con il passato pisciforme.>>

La Terra è il Mare degli uccelli, ma è anche il Cielo... dei pesci.

Lo smeriglio (così simile a Smerillo) è il nome di un pesce diffuso nei mari freddi e temperati fino alla profondità di 400 metri. Il canto geologico di Benozzo non può che farmi ricordare che queste dorsali montuose, i nostri Appennini, le nostre Dolomiti, altro non sono che le creste di fondali oceanici che esistevano sulla terra nelle epoche glaciali: la terra in quel tempo era il cielo dei pesci, le vette che i pesci scalavano.

Questa parola smeriglio-Smerillo mi ha chiamato e richiamato, riunito, per così dire, a tutto questo e quindi al tema che mi è caro: la persistenza di un origine, qualcosa cioè che si muta e trasmuta proprio per persistere e lo fa attraverso un canto (esecuzione vocale di una melodia o di un ritmo ) o attraverso i versi di animali che...versano il loro nome a una cima, a un passo, a un pianoro. La parola, prima ancora che a comunicare, serve a questo: nominare.

Chi può avere il potere di fare ciò? Dare un nome, battezzare?
Benozzo ce lo dice:

in questa conca sono oltre i grandi poeti
oltre le tecniche dei cantori dell’Eurasia
oltre il volo precluso degli sciamani...

in questa conca sospesa – fanghi pelagici
io sono l’uomo-dei-confini che muove l’argilla


E i confini qui non stanno ad indicare dei limiti geografici (finti) o storici (finti) ma confini veri quelli tra superfici di autentiche separazioni fisiche tra terra-mare-cielo ; fondali e creste; interno-esterno della conca; scavi e reperti; cose piccole e vicine con

cose grandi e lontane: tutte hanno un nome
ma il vero onore l’ho appreso senza parlare
prima di nominarle – voce e respiro –
nella nuda grammatica dell’albero
nella logica anarchica delle frane
nella sintassi dei frammenti d’orogenesi...
...
Era un sogno di felci – fratello poeta –
ad averci portato così in alto?

Sicuramente sì. E il sogno procede come una ripetizione di riti senza memoria, la rinascita incessante di miti e ritmi che ne rinnovano l’arborescenza originaria come accade in quell’antico rito che ogni anno si svolge nei boschi dell’Appennino Lucano (terra antica anch’essa) del matrimonio tra alberi e che la lettura di Benozzo ha risorto in me, riportandomi tra quei boschi in mezzo agli sciamani, ai grandi buoi sacri, ai canti del Maggio di Accettura.

Accettura è un piccolo paesino lucano situato a 770 m sul livello del mare. Il suo nome pare derivare dal latino acceptor-accipiter, sparviero o da acceptoia, località in cui si custodivano e si allevavano gli sparvieri. Secondo l’etimologia popolare, Accettura significherebbe Colei che accetta tutti; infatti, gli accetturesi sono molto ospitali.

Il paese è circondato da montagne e da fitte foreste. La boscosità del paesaggio e la frugalità in cui vive la popolazione sono lo sfondo naturale e umano della festa, in onore di San Giuliano, che si celebra a Pentecoste. Il Maggio è un fatto mitico, una festa della natura che ha una componente precristiana ed una cristiana che s’integrano; essa è fondata sull’antico culto degli alberi, molto vivo nell’età preistorica e medioevale.
Ancora oggi si celebra questo antichissimo rito nuziale propiziatorio.

Nel giorno dell’Ascensione, taglialegna e boscaioli esperti vanno alla ricerca dell’albero più alto e dritto nel bosco di Montepiano, l’albero del "maggio". Il giorno della Pentecoste, i giovani si recano in un bosco vicino al primo, alla ricerca della "cima", un agrifoglio spinoso e ramificato, che diventerà la sposa del "maggio".

Il maggio scelto (solitamente il cerro più imponente) viene ...spiaggiato nel bosco: la caduta di questo albero imponente ricorda il tuffo di un ...enorme cetaceo agonizzante.

Albero cosmico il cerro. Caro agli dei guerrieri, albero di primavera e quindi della vita.

La cima viene scelta nel bosco su una montagna prossima alla prima: qui gli agrifogli già conoscono il loro destino di essere, una volta cresciuti, cima per un maggio. Gli antichi erano felici quando vedevano spuntare le bacche rosse dell’agrifoglio: segno che il sole aveva appena invertito il suo cammino.

Leggere i segni e unire tutto: il sole alle bacche.

Nei giorni in cui si celebra la festa del Maggio, vengono intonati canti d’amore e di corteggiamento, per accompagnare l’incontro tra i due “sposi”. Il martedì successivo, il maggio viene trasportato da numerose coppie di grandi buoi bianchi, mentre la cima viene portata a spalla, preceduta da una lunga fila di costruzioni votive, le "cende". Dopo che la cima è innestata sul maggio, questo altissimo totem viene eretto nell’imponenza dei suoi 30-40 metri nel centro del paese e li resterà per un anno intero.

Su in alto nel cielo azzurro sopra le creste oceaniche delle dolomiti lucane, uno sparviero osserva lo strano movimento nella piazza del paese nel quale ha versato il suo nome e partecipa con grida acute alla festa.

Il grido di un uccello solitario
affila il cuore a spazi di mare aperto
l’isola è cima, il fondale è versante
la spiaggia orizzontale si è inarcata.

E qui tiriamo la volata al nostro traguardo , al gran premio della... montagna scoprendo che su a Smerillo, dove l’Onirico geologico si è... composto, anche lassù osano...le aquile.
Già perché smeriglio è anche il nome di un piccolo rapace!
Questa è la potenza della Poesia, questa è la potenza di Benozzo: la parola che chiama perché è stata ascoltata e quindi versata nel canto, la parola che legge il ruotare degli astri, i profili di creste e di valli è una parola che non si scrive ma si riempie è, cioè qualcosa di denso come solo un nome pienamente pronunciato può esserlo. Smerillo:

non cerco nulla dietro i fenomeni del mondo
camminando i paesaggi percorrono teorie

mi siedo e guardo il borgo – forre di tetti –
io, qui, non sto parlando di Smerillo
io ne celebro al buio la densità.


-Semplici coincidenze - direte voi: smeriglio-Smerillo/accipiter-Accettura.

Sarà così ma...
...resti di una specie fossile di falco risalente al Blancano inferiore (4,3–4,8 milioni di anni fa), un onirico geologico nel vero senso della parola, sono stati rinvenuti nella Formazione Rexroad del Kansas. Questo falco preistorico era leggermente più piccolo di uno smeriglio ed aveva zampe più robuste, ma per il resto era molto simile ad esso. Faceva parte della fauna locale del Fox Canyon e di Rexroad e potrebbe essere stato l'antenato del moderno smeriglio o un suo parente stretto. La sua età che fa retrodatare di molto la separazione tra smerigli eurasiatici e nordamericani concorda con l'ipotesi che lo smeriglio abbia avuto origine nel Nordamerica. Dopo essersi adattati alla loro nicchia ecologica, gli antichi smerigli si sarebbero diffusi in Eurasia prima che le calotte glaciali ricoprissero la Beringia e la Groenlandia durante le glaciazioni del Quaternario.

Tra le pietraie dell’Appennino piceno sono sicuro che Benozzo abbia ascoltato questo: il verso distinto e acuto di Quello smeriglio del Quaternario quasi in un sogno di rinascita incessante, di persistenza di un origine remota così come è facile per me ascoltare ancora oggi sulle dolomiti lucane i canti di sparvieri e le voci di alberi che si amano.

Già ma perchè Benozzo canta?

(http://edizionikolibris.net/index.php/2017/06/13/francesco-benozzo-alla-biblioteca-ariostea-video/)

Credeteci: per lo stesso motivo per cui gli uccelli cantano.
Ma questo è tutto un altro...Post.

domenica 30 aprile 2017

Alla Ricerca dell'Identità perduta

Di padre in padre, questo è il titolo dell’ultima raccolta di Laura Maria Gabrielleschi (La Vita Felice Edizioni, Milano) con la prefazione di Roberto Pazzi.
Il titolo stesso fa capire che la raccolta si pone come controcanto all’accomodante continuità della specie e in particolare di una specie che nel tempo ha quasi sempre -miseramente- escluso dall’ evoluzione ( per lo meno da quella culturale non potendo fare lo stesso, almeno fino ad oggi, con quella biologica e fisiologica) la femmina della specie: la figlia dunque la madre.
Ancora oggi, a dispetto di tutte le evidenze, si continua a dire: "di padre in figlio" o "le colpe dei padri ricadranno sui figli" , maschi: statene sicuri.

Ma in questa raccolta non si parla di colpe e, sottraendomi dal canto ammaliatore della bella prefazione di Pazzi, non si parla nemmeno di Tempo, non di quello perduto e nemmeno di quello ritrovato. Meno che meno della sua Ricerca.

Qui la Poeta parla di Identità.

Poi ti cerco nel come e nel dove
voglio un nome
per l’anima mia

(pg.13)

La poeta, soprattutto quando è una grande poeta come la Gabrielleschi, sempre si pone sulla superficie tra due stati e da lì osserva e scrive: da questo suo particolare orizzonte degli eventi, spostarsi lievemente da un lato o dall’altro significa soccombere o vivere.
In questo caso ci pare di poter dire che la superficie sulla quale la Gabrielleschi soccombe/vive è quella che separa il dolore della perdita dalla perdita di questo dolore:

questo essere vivi a metà
questo partire e tornare
e dire cose che non potrò dire
questa altalena di dolore
questo non capire
se dalla morte
un giorno si rinasce, davvero
senza paura.
(pg.17)

E’ chiaro: il dolore della perdita fa soffrire ma ancor di più fa soffrire la perdita di questo dolore perché significherebbe abbandonare la ricerca, rassegnarsi a soccombere una volta per tutte e a vivere:

Ore e mesi e anni
occhi che cercano occhi
battiti costruiti a forza.
A stringere il nulla

(pg.18)

E’ il bambino, il figlio, il maschio secondo la (contestata) teoria freudiana ad acquisire la sua identità attraverso il processo di identificazione con il padre, ma per la bambina, per la figlia per la femmina della specie homo, lo stesso Freud confessa che le “cognizioni acquisite sono (in questo caso) insoddisfacenti, lacunose e incerte”,

tanto che la Gabrielleschi registra questo fatto universale in questa terzina densa di senso, emozione e sentimento:

Ma resta l’attimo preciso
in cui il sangue si fa acqua
e la fiamma non arde più.

(pg.23)

Ecco dove la poesia si fa alta: precisamente quando il particolare dolore del Poeta diventa il nostro dolore e quando le domande del Poeta diventano le nostre domande.

Questa è la vera Poesia, quella che mescola le parole al mondo.

Siamo dunque destinati ad essere solo delle cellule vaganti? Faticare ad essere volti di anno in anno, di padre in padre? O come chiede a se stessa la Gabrielleschi :sarò piccola per sempre?

"Il lettore che abbia un briciolo di sentimento fantastico o poetico intuirà immediatamente che …" la Gabrielleschi non si riferisce solo al padre che “cantava nel suo giardino”, ma alla specie dei padri, perché il vero soggetto della nostra esistenza è la specie ( Abramo,…Giuseppe,…) che ci prevede suoi facenti funzione e ci fornisce pertanto di una parola breve

…che fa cantare il gallo al mattino
maturare l’uva nelle vigne
è una parola breve
che toglie il respiro
imbianca i capelli
e riscalda la mia bocca.

L’amore è la parola magica
che apre le porte
e spezza il pane
è la parola che alza l’orizzonte

e ci prepara all’ultima morte.

(pg.67)

Ecco perché Freud per illustrare come si acquisisce identità e relazione usa la metafora sessuale.
Ed ecco perché la Gabrielleschi usa la “tigre assenza” del padre.

Per soccorrere l’autrice nella sua Ricerca dell’Identità perduta vogliamo qui ricordare quello che Calvino scrisse a proposito della Identità:

“La nostra individualità è attraversata da una continuità genetica che si frantuma e miscela incessantemente secondo stratificazioni geologiche che hanno radici sia nella casalinga nascita di un nuovo individuo che nel profondo big-bang spazio temporale. L’Età della Tecnica è congenita.
E allora per non scoraggiarci nella vana ricerca di un nuovo IO non possiamo che fare questo passaggio a un neo-primitivismo post-tecnologico : nella Età della Tecnologia dove qualunque ritmo è minacciato dalla presenza dell’istante l’unica sponda raggiungibile è la Natura, vale a dire recuperare il sentire di una popolazione dell’Alto Volta che nella identità umana distingue nove componenti:

1) il corpo che si riceve dalla madre, 2) il sangue che si riceve dal padre, 3) l’ombra che il corpo proietta, 4) calore e sudore, 5) il respiro, 6) la vita, o meglio una particela della vita, che è un’entità in cui tutti gli esseri viventi sono immersi, 7) il pensiero, suddiviso in intendimento e coscienza, 8) il doppio, che è la parte immortale , che può compiere e subire le stregonerie ( si stacca dal corpo ogni notte per vagare nei sogni, e poi definitivamente qualche anno prima della morte per andare nel villaggio dei morti dove avrà altre due vite e altre due morti da morto e finalmente si incarnerà in un albero), 9) il destino individuale...”

Se Tutto si tiene è perché i poeti, come i ponti, tengono le sponde della specie e perché la donna , la femmina della specie è come

La signora in tailleur bleu
seduta gambe accavallate
al gran caffè di Simo
(gran caffè gran caffè)
e aspetta. Aspetta
aspetta.


Sì, da sempre aspetta...

martedì 4 aprile 2017

L'Esperienza Poetica

Come è facile verificare, esistono tantissimi libri di poesia e quindi, evidentemente, sono esistiti, esistono e, sicuramente, continueranno ad esistere, tanti, tantissimi poeti. Tutti quanti, anche se in grado differente, in natura hanno fatto, fanno e faranno la stessa cosa: poesia.

Ma è proprio per questa sua intrinseca gradualità che, sotto il nome di poesia, si nasconde qualcosa di cui è difficile riconoscerne la vera natura. C’è chi parla di “emozione” chi di “sentimento”, chi di “visione”; c’è chi, tra illustri intellettuali e poeti stessi come B. Croce, E. Pound, T.S. Eliot, pensa di cogliere e di poter raccogliere in poche righe la natura essenziale della poesia.

Pochi comunque sono i libri che parlano di Esperienza Poetica coinvolgendo, in questo ossimoro esemplare[1], il Grande Gomitolo della poesia, con tutti i suoi intrecci, le diverse intersezioni del suo filare e sfilare e con gli immancabili bandoli della matassa. Già, da dove cominciare? Da quale delle due estremità della "esperienza poetica": la scrittura o la lettura?
Nè dall’una , né dall’altra. Cominciamo invece da qui: dall’allevamento, dall’agricoltura e dalla metallurgia. Perché prima di tutto abbiamo bisogno di contadini... gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento.[2]

Una delle certezze indiscutibili acquisita dalla specie umana nell’arco della sua evoluzione è che non sia possibile superare in ingegno coloro che in un’epoca preistorica hanno scoperto ( o inventato) come addomesticare gli animali, selezionare le graminacee e fondere i metalli in leghe.[3]

Allevamento, agricoltura e metallurgia rappresentano quindi le tre attività umane nelle quali è già presente tutto il repertorio dell’ homo sapiens di oggi.
Nella sua voglia innata di prendere coscienza di sé, l’animale-uomo per sfamarsi, difendersi e riprodursi, per rispondere, cioè, a degli istinti primari, non poteva che ricorrere a queste tre sole ed esclusive attività quali mezzi, perfezionabili di volta in volta, in grado di cosentirgli un fine non ambiguo: quello di sopravvivere a se stesso.

Rinunciare ad una sola di queste attività voleva dire rinunciare a prendere coscienza di sé e questa omissione poteva significare solo due cose: 1) la convinzione che tutto funzionasse bene e che quindi non fosse necessario porsi alcun problema oppure 2) la rimozione della consapevolezza di qualunque disfunzione.

Per essere più chiari: se procurarsi cibo, difendersi dai predatori, accoppiarsi sono o diventano problemi, allora per risolverli bisogna mettere in campo una serie di strategie (allevare, coltivare, difendersi); se, viceversa, queste cose non sono o non vengono percepite come problemi, si muore e ci si estingue, punto.

La poesia è un’attività eminentemente analogica e nasce dallo stretto intreccio, dal gomitolo appunto, che si crea tra la presa di coscienza di sé e le tre attività umane ricordate sopra.

L’esperienza è poetica per questo motivo e la poesia è esperienza per lo stesso motivo: addomesticare gli animali e allevarli; arare campi e selezionare semi per migliorare quantità e qualità dei raccolti; cuocere nel fuoco la materia per fare il pane o nuove leghe metalliche sono cose analoghe alla poesia pur non essendo la stessa cosa.

Il che è come dire che l’emozione è analoga al sentimento pur non essendo la stessa cosa. E oggi sappiamo perché e in che misura non lo sono.

In uno dei tanti libri che parla di poesia e poeti si fa riferimento spesso-troppo spesso- alla emozione, a volte confondendola con la percezione, l’ istinto, il sentimento con quanto, cioè, risulti vago e misterioso: tutto questo, in qualche misura, sembra di diritto appartenere al mondo della poesia.
Eppure non vi è nulla di più concreto e materiale della poesia ( proprio perché è l’analogo di attività produttive e pesanti come quelle descritte). Lo stesso Manacorda nel suo ultimo bellissimo libro [4] ce lo ricorda: ...Come una scultura, la poesia è un oggetto e, inoltre, la poesia è una produzione del nostro corpo, se volete una sublime deiezione. Anche la poesia è materia e, se tale è, non può non avere a che fare con la scienza...

La definizione di sentimento fornita dal neurobiologo portoghese Antonio Damasio è:immagine mentale consapevole, riferita al sé, delle modificazioni indotte nel corpo da uno stato emozionale.[5]

In altri termini, proviamo sentimenti (i famosi sommovimenti del pensiero di proustiana memoria [6]) quando le mappe neurali corporee, da inconsce che erano, vengono...sapute, percepite e riferite al sé divenendo immagini mentali. E queste mappe neurali corporee prendono forma e “si sanno” attraverso le tre suddette attività, quando cioè la pratica si intreccia alla creatività: arando un campo si acquisisce un ritmo; controllando i capi di bestiame si perviene a un numero; cuocendo e forgiando nel fuoco si trasforma la materia e noi stessi.

Quando si arriva di fronte al sito del paleolitico di Papasidero (la Grotta del Romito) e si poggia lo sguardo sul graffito raffigurante due bovidi risalenti a 10500 anni fa, si capisce cosa si voglia intendere: un ominide, dedito ad inseguire quel bovide per procacciarsi del cibo, improvvisamente, oltre a vederlo, lo guarda mosso da qualcosa di diverso dalla fame e lo assimila mentalmente tanto da poterlo riprodurre con mano ferma, e in ogni minimo particolare, su una pietra posta all’ingresso di una caverna usata per le sepolture lontano dal luogo di caccia.

Qui in pratica è racchiusa e quindi anticipata la seguente conclusione: la poesia è, sì, un’ emozione ( come chiamare altrimenti ciò che muove il nostro parente del paleolitico) ma cristallizzata nel modo opportuno, raggomitolata cioè in qualcosa di molto pratico: un sentimento.

In tutte queste attività umane, antesignane di quelle che l’uomo ha continuato a scoprire/inventare negli anni della sua evoluzione da ominide a homo sapiens, si ravvisano le operazioni umane che l’archeologia, l’antropologia, l’agronomia, la neurobiologia, la chimica , la fisica....insomma tutte le scienze hanno confermato, e che sono in grado di ex-movere l’uomo allo (dallo) stimolo di raggomitolare quello che vede-muove-avverte-sente-crea con gli immancabili bandoli (sempre difficili da individuare) tra interno ed esterno, mente e corpo, coscienza e cervello. Soggettività e Oggettività.

In queste operazioni biologiche, soltanto il livello del mentale, quale è appunto un sentimento, consente l’integrazione di grandi quantità di informazioni e, soprattutto, di afferrare il filo temporale del gomitolo: presente, passato e futuro.

Andare a caccia per procurarsi del cibo. Portare i capi di bestiame sui pascoli alti. Cuocere il pane o i mattoni, fondere metalli per creare nuovi materiali: “sono” queste le immagine mentali consapevoli, riferite al sé, sono queste le modificazioni indotte nel corpo da stati emozionali che hanno consentito, consentono e consentiranno la poesia.

Questa è l’Esperienza Poetica.

Se “andando a caccia” ci è capitato di osservare più a lungo una preda per mutarla in un animale, o abbiamo ceduto la strada agli alberi [2], una casa ad un paesaggio, stiamo già disegnando.

Se di notte ci siamo fermati al bivacco in un pascolo di montagna e prima di chiudere gli occhi abbiamo dato uno sguardo al cielo stellato, stiamo già scrivendo.

Se con l’aratro tirato da buoi abbiamo percorso avanti e indietro un campo, stiamo già cantando.

Se intorno al fuoco ci è capitato di vedere sciogliersi la pietra o le nostre membra nelle ombre sulle pareti della caverna, stiamo già facendo, poesia.

Riferimenti

[1] - esperienza da ex-perior= esperire, sperimentare; attività posta in essere per acquisire una conoscenza pratica e poetica da poieo= fare creare; attività intesa a produrre componimenti in versi o in generale oggetti d’arte in grado di ex-movere, cum-movere, re-movere, ...

[2] – F. Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere (2017)

[3] - E. Melandri, La linea e il circolo, Quodlibet (2004)

[4] - G. Manacorda, La poesia, Castelvecchi (2016)

[5] - A. Damasio, Alla ricerca di Spinoza: emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi (2003)

[6] – M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Sodoma e Gomorra : “L’amore provoca così nel pensiero dei veri e propri sommovimenti geologici. In quello del signor Charlus, che – qualche giorno prima – somigliava a una pianura così uniforme che fino ai limiti estremi egli non avrebbe potuto scorgere un’idea sola levarsi dal suolo, erano sorte d’improvviso, dure come la pietra, catene di montagne […] dove si torcevano in gruppi giganteschi e titanici il Furore, la Gelosia, la Curiosità, l’Invidia, l’Odio, la Sofferenza, l’Orgoglio, lo Spavento e l’Amore.

lunedì 20 marzo 2017

La rotta di Shabine

Ho cominciato la poesia dopo aver letto Mappa del Nuovo Mondo di Derek Walcott. Appuntai delle parole su quel libro, e le ho rilette oggi, alla morte del mio Omero avvenuta qualche giorno fa: pochi sono quelli a godere della fortuna di essere contemporanei a Omero, ancora di meno quelli che lo riconoscono. Omero non si stanca mai di cantare sempre la stessa musica con le stesse parole : << Sono nessuno o sono una nazione!>>.

Ecco cosa avevo scritto all’inizio del libro dopo averlo letto la prima volta: “Non so nuotare se non tra queste parole. Qui non affogo e qui sempre approdo. Itaca è la mia casa. Casa l’Universo.”

Oggi che leggo i coccodrilli e gli articoli scritti in memoria di Walcott posso dire che quel mio semplice appunto conteneva un mondo poetico che è più di un mondo: la sua mappa.

Derek Walcott è uno di quei grandi poeti, che si sono reincarnati sulla terra, per scrivere una poesia universale, l’unica poesia che i grandi poeti, dai tempi di Omero, conoscono.
Walcott sapeva benissimo, e lo aveva ricordato nella sua Nobel Lecture del 1992, che ogni vero poeta è necessariamente un poeta provinciale e che quindi il verbo si fa veramente carne, propriamente lingua ; quella che, ad esempio, si parla e si ascolta a Santa Lucia, l’ isola, ex colonia britannica, dove Walcott è nato nel gennaio del 1930.

Come ci ricorda I. Brodskij, “contrariamente a quanto si crede di solito, la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo”, tutt'altro: è proprio il luogo in cui il mondo si decanta e per farlo usa la lingua.
La provincia da cui proviene Walcott è una vera e propria babele genetica e linguistica (che poi è la stessa cosa) e poiché le vere biografie dei poeti sono come quelle degli uccelli, cioè identiche, le cose veramente importanti che li riguardano sono i suoni che emettono: e Walcott emette suoni patois, creoli, inglesi.

Ed è in questo cinguettio (e in nessun altro....tweet) che è possibile riconoscere uno degli atti più importanti della Poesia, quello di conferire ad un luogo, anche una piccola isola come Itaca o come Santa Lucia, lo status di realtà lirica. La provincia si fa centro dell’impero.

Il mare color del vino che circonda Itaca e , a maggior ragione, Santa Lucia dove “il sole stanco dell’impero tramonta”, è un atto di invenzione miracoloso più importante e generoso di quello della scoperta di ciò che già esiste.

Questo atto infatti implica un atteggiamento di devozione e fede verso qualcosa che appare esistere miracolosamente e verso quello che grazie a quanto esiste, d’improvviso appare in un modo altrettanto miracoloso.

E quale è dunque l’unico vero ed ineludibile DOVERE del poeta? Quello di ringraziare CIO’ e CHI esiste: il luogo natale, i genitori e gli amici, la propria terra, il mare che ci ospita ed i suoi abissi.

Il mio primo amico fu il mare. Ora è il mio ultimo.
Smetto di parlare, adesso. Lavoro, e poi leggo,
nella cuccetta, sotto una lanterna appesa all’albero.
Cerco di dimenticare che cos’era la gioia,
e quando non mi riesce studio le stelle.
A volte sono io soltanto, e la schiuma recisa dolcemente
mentre il ponte diviene bianco e la luna apre
una nuvola come una porta, e la luce su di me
è una strada, in una bianca luce lunare, che mi conduce a casa.
Shabine ha cantato per te dagli abissi del mare.


Nella giornata mondiale della Poesia, è quindi doveroso ricordare e ringraziare Derek Walcott ed io, da questo Post, che è delle Fragole anche e grazie a Walcott, voglio farlo con un verso che lui dedicò ad un suo caro amico scomparso:

la tua morte è come la nostra amicizia che ricomincia...

giovedì 15 dicembre 2016

Il Poeta come l’Angelo Nuovo nella tempesta

Gregory Corso parlando degli anni di carcere , scrisse [1]: “A volte l’inferno è un buon posto – se serve a dimostrare che esistendo quello, deve esistere anche il suo contrario, il paradiso. E cos’era questo paradiso? La Poesia.”
Il Paradiso. La Poesia.

Un poeta come Gregory corso sapeva bene che nessuno può dire propriamente il proprio pensiero e questa è, in generale, la ragione per cui ciascun poeta dà molto spazio all’immaginazione in modo che chi legge possa partecipare alla poiein (al fare, al creare) e quindi lasciarsi travolgere nella spirale della Poesia.

La Poesia infatti non emerge dai dati di fatto, dall’inchiostro usato per scrivere, dalle parole così ben allineate e scandite nel loro ritmo, dal fruscio del libro e dallo scorrere degli occhi sulla pagina. La Poesia è l’unica cosa che non può emergere perché non ha nulla in comune con la genesi ma sta nel fiume del divenire come un vortice e trascina nel ritmo suo proprio il materiale genetico della nascita.

Se infatti supponiamo che qualcosa cominci assolutamente ad esistere, dobbiamo stabilire un istante in cui “prima” non esisteva e questo istante può essere riferito solo a ciò che esiste già, cioè a qualcosa che è già “dopo” quel prima. Detto in altri termini l’inizio di qualunque cosa nel nostro mondo non può stare in absolutus cioè sciolto da ogni altra cosa: per potersi porre come inizio, esso esige una condizione. Quello che la scienza (e lo scienziato) fa è solo far coincidere l’inizio con la condizione: tempo e velocità iniziali, temperatura e pressione, una distribuzione di probabilità. La Poesia (e quindi il poeta) questo no lo fa, non prende cioè a testimonianza della sua verità il mondo stesso e i suoi fatti ma, per così dire, si adegua ad essi come farebbe l’Angelus Novus di Walter Benjamin [2],

“...quell’angelo che sembra in procinto di staccarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo...”. Ha la bocca aperta: canta dunque. Ha gli occhi spalancati: vede quindi. “...Le sue ali possono distendersi per volare in alto. Ha il viso rivolto al passato...”, a qualunque passato, quello dell’ universo, del cielo, della terra, dell’uomo. Della parola e anche al “prima” di tutto questo. “...Dove noi vediamo una catena di eventi”, lui vede una sola apocalisse che accumula frammenti su frammenti come ci dice bene Zbiniegw Herbert [3]:

Breviario

Signore,
Ti rendo grazie per tutta questa cianfrusaglia del-
la vita, in cui annego senza scampo dai tempi im-
memorabili, mortalmente assorto nella continua
ricerca di minuzie.

Sii lodato per avermi dato bottoni discreti, spilli,
bretelle, occhiali, rivoli di inchiostro,fogli di carta
sempre pronti, custodie trasparenti, cartelle pa-
zienti in attesa.

Signore, Ti rendo grazie per le siringhe con l’ago
spesso o fine come un capello, per le bende, per
ogni tipo di cerotto, per l’umile impacco, grazie
per la flebo, i sali minerali, le cannule, e soprattut-
to per le pasticche di sonnifero dai melodiosi no-
mi di ninfe romane,

che sono buone perché chiamano, ricordano, sos-
tituiscono la morte.


Il poeta-angelo “...si affretta allora a chiudere le ali per non essere soffiato via dalla tempesta che spira dal Paradiso per ricomporre l’infranto e arrivare salvo nel futuro a cui lui volta le spalle.”
E nel futuro, inutile dirlo, c’è quella cosa lì. La morte ma anche il Paradiso.

Mi permetto un'autocitazione[4] (è la prima volta che lo faccio su questo blog):



Il poeta

le lenzuola sono
volate via
oltre il filo che
le reggeva
nel blu turchese
all’arcobaleno
appese

non è mai veramente
quieta
la quiete dopo
la tempesta
l’aria è ancora
carica
e la corrente
veloce scorre
dai rami
elettrica
ai fili d’erba

fuori c’è chi corre
ad afferrare
ciò che resta
bianco
prima che tocchi
terra


Ma cosa è veramente questo vento se non lo sregolamento di tutti i sensi di cui parla Rimbaud nella sua lettera del veggente?[5]

E non è forse questo lo stesso vento che spira e s’impiglia tra le ali dell’Angelo di Benjamin?[2]

“...Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui nel cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta.”

Sì, forse questa tempesta che spira dal paradiso è la stessa tempesta che sconvolge l’Angelo di Benjamin e quindi, chiedendo scusa per l’eresìa, il Progresso non può che essere Poesia.

Riferimenti

[1] – Dalla Introduzione di G. Menarini su Gregory Corso-Poesie, Bompiani (1978)
[2] – W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi (1995)
[3] – Z. Herbert, L’epilogo della tempesta, Adelphi (2016)
[4] – G. Ferrara, inedito
[5] – A. Rimbaud, La Lettera del Veggente a Paul Demeny a Douai (Charleville, 15 maggio 1871)